Diving Book
RELITTO DELLA REGIN
Cargo a vapore "Regin" commissionato dalla Dampskibsrederi (Hj. Wesemberg) di Aalesund ad ovest della Norvegia. Immatricolato nel marzo del 1916 era lungo 80,79 mt. e largo 12,8 mt. con un pescaggio di 5,45 mt. e un peso di 1124 ton. Nelle sue stive potevano essere caricate 1640 ton. di materiali.
Le sue caldaie, ben tre, erano state costruite a Fredriksstad. Alle caldaie erano collegati tre cilindri del diametro di 45,7 cm. ciascuno, capaci di erogare in totale ben 516 cavalli vapore. L'acqua era stipata in due cisterne del diametro di 4 mt. e alte 3,2 mt.
La storia.
Il 17 novembre 1917 la Regin parte da Cardiff (Galles) con un carico di carbone da condurre a Catania. Il carbone è stato richiesto dalle ferrovie Italiane. La guerra marinara intensa e indiscriminata che la Germania conduce contro ogni nave in mare la costringe ad una sosta a Milford Haven nell'estremo Galles (GB) occidentale, riparata in un fiordo, nell'attesa di un convoglio scortato da navi armate che la accompagni verso il Mediterraneo. Il convoglio giunge il 21 novembre e la Regin vi si accodò. Il convoglio è però diretto altrove quindi la Regin è costretta a lasciarlo il 30 novembre, la nave rimane in attesa di un altro convoglio diretto in Italia. Durante questa sosta a Gibilterra la Regin riceve l'ordine di consegnare il carico a Livorno anziché a Catania. La Regin, come molte navi di quel tempo non aveva radio a bordo e i messaggi venivano telegrafati ai porti dove attraccava. Il cargo riprende la navigazione il 3 dicembre 1917 unendosi ad un convoglio diretto a Genova. Sono passati già 16 giorni dalla partenza e ne passeranno ancora sei per giungere nel porto di Genova il 9 dicembre. Da qui riuscirà a ripartire l'11 diretta a Livorno dove giungerà il giorno dopo alle 02:00 del mattino. Per scaricare tutto il carbone, serviranno due giorni, i camalli Livornesi non si davano sosta per svuotare la nave che in un porto era sempre un bersaglio facile per gli aerei del nemico. Il 15 dicembre 1917 la Regin riparte da Livorno, vuota, scortata da un vapore Americano armato e un cacciatorpediniere Italiano per sostare ancora una volta a Genova. Qui aspetta un convoglio che la accompagni verso casa.
L'unico convoglio disponibile è diretto ad Almeria nella Spagna del sud. La Regin ne approfitta e si aggrega ad esso nella fatale data del 20 dicembre 1917. Il vapore Regin lascia il porto di Genova andando ignaro incontro al suo destino. Il Comandante Karl Larsen nato nel 1885 a Notodden (Norvegia) scrive: "Il vento e il tempo sono variabili ma non vi è mare". Quel giovedì di dicembre la Regin era la quarta nave nel convoglio, doveva viaggiare con velocità di 6 nodi e mantenere una distanza dalla costa non superiore ad un miglio, aveva il divieto di usare qualsiasi luce salvo un piccolo lume a poppa diretto all'indietro, ogni nave avrebbe seguito il lumicino che la precedeva formando cosi una fila molto lunga. Ogni nave e cosi anche la Regin aveva fissato le proprie scialuppe sul ponte pronte per essere ammainate a mare in caso di attacco al convoglio. Gli uomini della Regin avevano legato le loro due lance puntellandole perché stessero ferme sul ponte a prua. Alle 17:30 la Regin oltrepassa Capo Mele presso Imperia, nella plancia di comando il 2° Ten. Alfred Nilsen di Grimstad a sud della Norvegia, ha 27 anni, il comando ora è suo. Il comandante è nella sua cabina. A prua di guardia il marinaio Wilhelm Carlsson nato proprio il 20 dicembre 1891, il suo 26° compleanno gli avrebbe riservato una sgradita sorpresa di li a poco. Fissando la luce che lo precede e attento ad ogni segnale, ad ogni rumore che indichi la presenza del nemico Wilhelm pensa alla sua ragazza in Norvegia. Alle macchine l'aiuto fuochista Anton Christiansen, 30 anni, di guardia a poppa Gottfried Nilsson marinaio, anche lui attento in quella tranquilla sera di dicembre. Dalla nave gli uomini potevano vedere le luci dei paesi sulla costa, non conoscevano quella gente, ma un po' la invidiavano nella loro tranquillità. Improvvisamente, davanti a destra, un razzo viene sparato dalla nave che precede la Regin, Wilhlem grida, il ten. Nilsen ruota il timone tutto a dritta, il comandante e il 1° meccanico si lanciano su per la scala che li porta sulla plancia di comando, ma quando la manovra è quasi riuscita la nave ha un sussulto e un'esplosione la sconquassa a poppa. Il ponte è lanciato verso l'alto, il marinaio di guardia scompare inghiottito dall'esplosione. L'elica si blocca e cosi anche le macchine, l'acqua irrompe nella stive vuote dall'enorme squarcio che si è prodotto al di sotto della linea di galleggiamento, non trova ostacoli, entra con tutta la forza possibile, la nave è spacciata. L'uomo alle macchine lascia il suo posto arrampicandosi verso l'uscita. L'intera poppa sembra sollevata dall'acqua, l'equipaggio capisce subito che la nave non ha speranza di cavarsela. Gli uomini si radunano presso le lance già pronte e, in pochi secondi, sono tutti in salvo.
Appena in tempo; la Regin affonda in un minuto e mezzo, di poppa, precipitando nel nero mare Ligure adagiandosi sul fondo fangoso in assetto di navigazione con la prua rivolta verso la Francia. L'equipaggio aspetterà ancora quasi un'ora sul posto sperando di ritrovare il marinaio scomparso, nessuna nave si ferma, questi sono gli ordini, ogni equipaggio deve provvedere a se stesso, deve allontanare la propria nave dal luogo di attacco. Sanno che gli uomini sulle scialuppe non sono in pericolo, la terra dista poche centinaia di metri e presto saranno raccolti dalla popolazione. Gli uomini della Regin stremati dirigono le lance verso le luci a terra, giungeranno ad Arma di Taggia dove il responsabile del porto Sig. Mucià, provvederà a loro. Il giorno dopo saranno condotti a Genova da dove in seguito ripartiranno per tornare al loro paese. Il corpo di Gottfried non sarà mai più ritrovato..
L'immersione
La Regin si trova al largo dell'abitato di Santo Stefano al mare, in provincia di Imperia. E' un relitto tra i piu' amati della zona ma anche tra i piu' impegnativi. Si scende lungo la cima del pedagno fino a raggiungere la zona della prua, con l'imponente tagliamare che dal fondale si innalza verso la superficie per circa 10 mt. Sulla superficie della prua osserviamo le bitte e i comignoli, da cui fanno capolino le aragoste, Palinurus elephas. E' possibile penetrare sotto coperta e ammirare una grossa ancora sulla parte interna di dritta. Procediamo con estrema cautela, il sedimento limoso copre il pavimento e una pinneggiata maldestra puo' compromettere in pochi istanti la visibilita'. Sulle pareti migliaia di gamberi Parapandalus si muovono all'unisono quando vengono colpiti dai fasci luminosi. Sono gamberi che vivono nelle zone buie di grotte e relitti, dalla colorazione rosso bianca, molto belli da fotografare. Immancabili i grossi esemplari di musdee che di questi gamberi si cibano. Lasciamo la coperta per immergerci nella prima stiva. Illuminiamo le costolature verticali della parete di dritta. Anche qui migliaia di Parapandalus e, per i piu' attenti, sara' semplice vedere le antenne flessuose delle aragoste. Passiamo nella seconda stiva, identica alla prima. Occorre porre attenzione alle lenze e alle reti perse, oltre alle numerose lamiere presenti un po ovunque. Siamo ormai nella parte prodiera. La poppa e' insabbiata nel fondale, non si vede ne timone ne elica. Siamo nella parte piu' profonda del relitto e la deco inizia a salire. Torniamo sui nostri passi volando sopra la murata di sinistra, ripercorriamo le due stive, questa volta da sopra e raggiungiamo di nuovo la prua. Una grossa rete incagliata crea un pericolo da non sottovalutare. La cima del pedagno e' pronta a agevolare la nostra risalita. La lunga deco sara' allietata proprio dalla vita che popola la cima, in acqua da molti anni e ormai colonizzata da molteplici creature. Su tutte le anemoni gioiello, Chotyloriza tubercolata, che qui creano un caleidoscopio di colori unico. Potremo osservare colonie viola, rosa, arancioni, bianche e verdi e altre ancora. Gli amanti della fotografia macro impazziranno letteralmente. Altro incontro molto frequente sara' con il simpatico granchio facchino, Dromia personata, con la sua immancabile spugna sopra il carapace. Nelle tappe finali, prossimi alla superficie, a fine estate quasi certo il passaggi di specie pelagiche, quali boniti, lampughe e ricciole.